L’aeroporto è una distesa di bianco e di luce presente ma soffusa, come sparpagliata nella sua totale immensità stabile. Tu smuovi le particelle con il tuo fare impegnato e la camminata veloce a cui fatico star dietro. Come se dovessi scappare. Come ciò che stai facendo. Con le voci di un dio robotico e raffreddato che sopra te dà i numeri mentre tu fai i numeri per superare i turisti distratti che non riusciranno mai più a tornare in Asia.
Il tuo aereo potrebbe essere qualunque e dovunque nella pista che ci pedina da dietro i vetri oscurati. Tu a breve potresti essere dovunque ed essere una persona qualunque, una pedina in un gigantesco campo da giochi senza coordinate.
E dimmi se sono pensieri che devo avere adesso che devi far il check-in e guardi indietro verso me, per sapere fino a che punto camminerò con te, per te.
Ci tengo a chiarirti che queste canzoni parlano di te, giusto per essere banale come loro, come l’oro che indossi nei tuoi castelli in aria su cui soffia un gran vento, di gusto. Ci tengo a precisare che t’amo, oltremodo, oltremondo, oltrepò.
Ci tento.
Saranno i tatuaggi per i giorni migliori per te che sei stata divorata dai vent’anni e dai ventenni e dai venti che ti fanno tentennare sul ponte di pasqua che ci porta alla Liberazione. Maggiordomo dei vizi tuoi e degli spritz a metà pomeriggio.
Quando ero in tour sul tuo cuore e non c’erano mai posti letto abbastanza grandi, e palchi abbastanza attrezzati. Mi hai reso vegano d’idee e mi son sentito perfettamente alla moda di dieci anni fa.
Ho guardato l’alba sui tuoi denti e le fermate della metro popolarsi come i metri dove balli quando bevi quanto balli quando bevi quanto bevi quanto. E le tue teorie sui minimalismi e sugli alcolisti che intanto non abbiamo niente da spartirci, da spartano che io sono al confronto delle tue montature per gli occhiali.
I sentimenti sui cofani delle auto in affitto.
Fade out.
E finirà tutto malissimo.
Con l’ira che ho e i crolli che ho e tuttol’amorechenonho che ho.
E tu non sarai pronta e ti romperò le costole passando dall’esterno, passando dallo sterno, passando a stento. In un unico tentativo. Ma ti lascerò le mie dita in dono in un pacco a cui farò mettere un fiocco. Stretto il doppio.
Ti ricordi quando abbiamo giocato a stopparci le arterie e ho vinto io?
Me l’avevi raccontato tu che non ricordavo nulla di quella sera ma mi sentivo comunque stanco e stancante.
Quando ti ho fatto sentire la mia canzone per te, quattro minuti sono sembrati decadi e tutto pareva decaduto e deceduto nel tuo sorriso assente che quando canti dell’amore non pensi mai all’atarassia del ricevente; e tu me l’hai ricordato. Che certe cose dovrei segnarmele sugli avambracci.
Ti ho detto che eri l’unica,
e ultima,
ma non mi hai creduto.
m
(by die dié)
”L’adolescente”, ep, autoproduzione, 21.02.11
Qui sono segnalate le...
(Sennò qualcuno poi se la prende)
Ieri io ero ad ascoltare L’orso.
L’unico modo in cui so spiegarla è questo:
Penso a quando si alzano gli...
ho dimenticato come si fa a essere bella
Meltin’ down by Giordano Poloni